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23-11-2015
Un desiderio di rinascita. Il “nostro piccolo Rinascimento”

La turbolenza degli anni che stiamo vivendo ha cambiato completamente il modo di vivere di ognuno e, per quanto riguarda il nostro ambito professionale, abbiamo assistito a un paradosso apparentemente difficile da spiegare. Mai il mondo è stato così informato come ora, mai prima si è comunicato tanto quanto si comunica ora ma, a crollare, sono state proprio l’industria dell’informazione e quella della comunicazione. Probabilmente, erano troppo ancorate a modelli del secolo scorso per poter sostenere la spinta del cambiamento che si è manifestato.
Mentirei, tuttavia, se dicessi che tutto questo non abbia avuto ripercussioni significative anche in casa nostra.
Noi abbiamo imparato un mestiere in cui era importante saper disegnare gli strumenti, ora a contare è solo il risultato finale e occorre saper disegnare il messaggio in tutte le sue espressioni: il disegno è il governo di tutti i punti di contatto che danno vita al dialogo tra chi propone qualcosa e chi ne dovrà/ vorrà fruire.
C’è molto digital ora nel nostro lavoro ma, a guidarlo, c’è sempre la stessa passione per il racconto dell’identità perché a non cambiare, rispetto a tutti i possibili passati, è il bisogno di storie, anzi il racconto di una storia. Non importa se è fatto di parole, di disegni, di oggetti, di fotografie, di immagini in movimento, di suoni o di qualsiasi altra cosa o, ancora meglio, di tutte queste cose insieme.
Forse, la perdita delle poche certezze che avevamo costruito, la caduta di ogni forma di autorità e di rappresentanza somigliano molto al clima che pose le basi del nostro Rinascimento.
Allora fu la stampa a cancellare tante certezze e a liberare una straordinaria vitalità creativa, nonostante le guerre, la povertà e l’oppressione. Oggi è la rete a farci cogliere qualcosa di molto simile. E, come accadde allora, i contemporanei non videro nei nuovi fenomeni il manifestarsi appunto del Rinascimento.
Leon Battista Alberti pensava di recuperare la grandezza di Roma e della classicità greca, e invece rivoluzionò l’idea stessa di architettura. Non aveva elementi per cogliere il significato del cambiamento che aveva impresso perché il Rinascimento è, per sua natura, effetto di qualcos’altro: il nuovo che modifica la percezione. E, di conseguenza, la sensibilità. Mai come ora, tutti hanno di fatto accesso a una massa senza precedenti di informazioni e ognuno può, perciò, formarsi un’opinione, esprimere la propria identità in tutti i modi possibili.
È una situazione confusa, fatta di slanci creativi e di comportamenti distruttivi al tempo stesso. Ma la persona, l’io, è di nuovo al centro di tutto: dalla mappa del navigatore al “palcoscenico” dei social network, dalla profilazione alle espressioni narcisistiche, come il selfie…
Questa nuova visione antropocentrica ci ha fatto riflettere sul senso della nuova “rinascita” e, per i venticinque anni del nostro calendario, abbiamo pensato di “leggere” il fenomeno con i nostri mezzi.
2016. Renaissance” muove dalla considerazione che, nella vita, non si nasca solo una volta: tutti i momenti che, nella nostra memoria, segnano una tappa fondamentale valgono come una nuova nascita, una rinascita, appunto. La prima volta in cui siamo stati in piedi da soli, il primo giorno di scuola, il primo bacio, la prima delusione d’amore, il primo dolore, il primo lavoro…
Per interpretare tutti questi momenti, abbiamo ricostruito il mondo della neonatalità con oggetti della vita adulta. L’augurio implicito è tutto nello stimolo per affrontare in leggerezza e possibilmente in allegria il non facile compito della propria rinascita.
L’insegnamento di questi ultimi anni è proprio questo.
Essere contemporanei di se stessi richiede una capacità straordinaria di reinventarsi continuamente, con la consapevolezza che ogni traguardo raggiunto segni in realtà solo un nuovo punto di partenza. La rinascita è nella sfida tra l’unicità e l’irripetibilità rivendicate da ognuno di noi e il fine del nostro stesso esistere, che difficilmente può essere raggiunto senza essere parte di qualcosa di più grande: la famiglia, la fede religiosa, un tempo la nazione o, più semplicemente, l’impresa, l’organizzazione in genere…
Si vince la sfida solo quando più individui riescono a costruire insieme un universo dove nessuno dei suoi attori si sente privato della propria unicità. E questo è un po’ il “nostro piccolo Rinascimento”: un ritorno alle origini, quando coinvolgevamo su ogni tema le persone più diverse e, da quegli scambi più o meno casuali, traevamo alimento per le idee.
Ora i nostri luoghi di lavoro si sono trasformati in spazi di relazione dove persone e competenze diverse si incontrano e, quando nasce un’idea e gli obiettivi diventano condivisi, danno vita a una fraternità, che è propria di una comunità aperta più che di un’impresa.
Questo è il presente di una storia di trentacinque anni, che ha cambiato tre nomi (Studio Romano, AReA e Inarea) perché, come dice Oscar Wilde, “l’esperienza è il nome che ognuno dà ai propri sbagli”… È uno spazio pieno di tempo, che prima ci ha cambiati in tutti i sensi, ma che in fondo ci ha sempre fatto sentire noi stessi.

 

Antonio Romano

 

Il testo è tratto dal volume ‘Calendarea. Venticinque anni sul muro‘, Marsilio Editori